CAPITOLO 4- Il Primo segno
Quando tutto si fermò, il vagone non c’era più.
Matteo rimase immobile, il respiro corto, lo sguardo fisso davanti a sé.
Per un istante ebbe l’impressione che, se si fosse voltato, Andrea sarebbe stato ancora lì.
Un passo indietro, come sempre.
Con quell’aria assorta che sembrava dire più di mille parole.
Non si voltò.
Fabio era accanto a lui, rigido.
Aveva le mani serrate a pugno, le unghie conficcate nei palmi.
Non parlava. Non chiedeva.
Come se pronunciare un nome potesse rendere tutto irreversibile.
Matteo si voltò solo allora, cercando d’istinto le pareti, i sedili, una porta.
Non c’era nulla.
Lo spazio intorno a loro si era aperto, come se il contenitore si fosse dissolto insieme a ciò che teneva in equilibrio.
Al suo posto, una strada lunga e immobile si stendeva davanti ai loro piedi.
Fabio inspirò lentamente. «Il vagone…»
«Non esiste più,» disse Matteo, senza guardarlo.
Il cielo era di un grigio opaco, senza profondità.
Non sembrava né giorno né notte.
Non c’era vento, non c’era rumore.
Matteo fece un passo.
La strada non oppose resistenza, ma non restituì nemmeno la sensazione del movimento.
«Dobbiamo andare avanti…» disse. «Quella cosa ha detto che devo trovare l’artefatto.»
Fabio lo guardò. «E sai cos’è?»
Matteo scosse la testa. «No. Ed è questo il punto.»
Tirò fuori il cellulare quasi d’istinto. Lo accese.
Per un attimo funzionò.
Scrisse una parola.
Artefatto.
La pagina caricò lentamente, come se facesse fatica a restare lì.
Matteo lesse in fretta, a voce bassa:
«Oggetto creato o modificato dall’uomo… qualcosa che serve a raggiungere uno scopo. Uno strumento.»
Alzò lo sguardo, confuso. «Uno strumento per fare cosa, però?»
Provò a scorrere.
Lo schermo tremolò.
L’icona del segnale sbiadì, poi sparì del tutto.
La pagina si cancellò come risucchiata.
«No…» imprecò Matteo. «Dai, almeno dimmi questo.»
Schermo nero.
Fabio osservava la strada. «Qui il tempo è rotto,» disse piano. «Forse la tecnologia non regge.»
Matteo abbassò il cellulare. «O forse regge solo quanto decide lui.»
Ripresero a camminare.
Ogni passo sembrava identico al precedente.
Eppure Matteo aveva la sensazione che la strada non fosse del tutto indifferente.
«Un oggetto,» disse Fabio dopo un po’. «Non per forza qualcosa di grande.»
«Qualcosa che serve a ottenere un risultato,» aggiunse Matteo. «Non per forza qualcosa di speciale.»
«Tipo una chiave?» azzardò Fabio. «O qualcosa che apre.»
«O che chiude,» rispose Matteo.
Fece un passo e sentì il terreno sotto il piede cambiare consistenza.
Si fermò.
«Hai sentito?» chiese.
Fabio scosse la testa. «Sentito cosa?»
Matteo guardò il suolo. Non c’era nulla di diverso. «Niente… forse.»
Riprese a camminare.
La strada tornò piatta, muta.
«Potrebbe essere qualcosa di normale,» disse Fabio. «Qualcosa che uno non considera.»
«O qualcosa che abbiamo già visto,» mormorò Matteo. «E non abbiamo capito.»
Il nome di Andrea tornò a farsi sentire senza essere pronunciato.
Fabio abbassò lo sguardo. «Quella cosa ha preso lui.»
Matteo si voltò di scatto. «Non ora.»
La voce gli uscì dura, ma non cattiva. «Non adesso. Se ci fermiamo su questo, siamo finiti.»
Fabio deglutì. «Allora che facciamo?»
Matteo inspirò a fondo. «Non dobbiamo correre.»
Fabio lo guardò. «Ma non possiamo nemmeno fermarci.»
«Lo so.» Matteo indicò la strada. «Finora abbiamo solo camminato. Passo dopo passo, senza capire.»
Si chinò leggermente, osservando il terreno.
«Adesso no. Ogni passo deve dirci qualcosa.»
Fabio esitò. «E se non dice niente?»
Matteo avanzò di mezzo passo.
La strada reagì.
Non con un rumore forte, né con una scossa.
Il terreno sotto il piede cambiò consistenza, come se fosse diventato più denso.
Un’ombra sottile attraversò la superficie, rapida, quasi un riflesso.
Matteo si bloccò. «L’hai visto?»
Fabio annuì, pallido. «Sì.»
Matteo fece un passo indietro.
L’ombra svanì.
Il suolo tornò identico.
Rimasero fermi, il respiro sospeso.
«Non è una strada normale,» mormorò Fabio.
Matteo fissò il punto in cui aveva poggiato il piede. «No.»
Fece un altro passo, più lento.
L’ombra ricomparve, più vicina, come se seguisse il movimento.
Matteo serrò la mascella.
«Ci sente.»
La strada non si aprì.
Non si chiuse.
Ma, per la prima volta, aveva risposto.
Laura♥️
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