Cap V Il custode del tempo
La risposta della strada non fu immediata.
Restò sospesa, trattenuta, come se stesse valutando qualcosa che non dipendeva solo dal movimento dei loro piedi.
Matteo rimase immobile.
Il piede, ancora sollevato per un istante, tornò lentamente indietro.
L’ombra che aveva seguito il passo si dissolse.
Il terreno tornò uniforme.
Fabio lasciò uscire l’aria che stava trattenendo.
Non disse nulla.
Matteo aveva la sensazione precisa di essere osservato.
Non da un punto davanti a loro.
Da tutto.
Il silenzio cambiò consistenza.
Non diventò più forte.
Diventò più teso.
Fu allora che la presenza si fece sentire.
Non arrivò con un rumore.
Non ci fu alcun movimento visibile.
Era come se una parte dello spazio avesse deciso di emergere.
La strada davanti a loro si assottigliò.
Il cielo parve arretrare, come se non fosse più disposto a contenere ciò che stava accadendo.
La figura era lì.
Non apparve.
C’era già.
Matteo sentì un brivido attraversargli la schiena.
Non era paura.
Era riconoscimento.
La presenza non aveva età.
Non aveva un volto leggibile.
Eppure era stabile, ferma, come qualcosa che esisteva da prima di ogni frattura.
Quando parlò, la voce non sembrò provenire da una bocca.
«Avete oltrepassato una frattura.»
Matteo strinse i pugni.
Capì che non era nata lì.
Era il risultato di una scelta fatta molto tempo prima, quando qualcuno aveva trattenuto il tempo invece di attraversarlo.
Il terreno sotto i suoi piedi reagì.
Non forte.
Abbastanza da fargli perdere l’equilibrio per un istante.
Fabio gli afferrò il braccio.
«Matteo.»
La strada si increspò.
L’ombra tornò, più ampia, come se stesse cercando qualcosa.
Matteo si fermò.
La presenza avanzò.
Non fu un vero passo.
Fu come se la distanza tra loro si fosse ridotta da sola.
«La strada ha risposto,» disse,
«perché avete smesso di attraversarla senza ascoltare.»
Fabio deglutì.
«Finché camminavate senza intenzione,» continuò la voce,
«eravate solo passaggio.
Ora no.»
Fabio pronunciò il nome di Andrea.
Lo fece piano.
E fu un errore.
La strada reagì di colpo.
Un’onda scura attraversò il suolo, rapida.
«No.»
La parola cadde secca.
Per un attimo, Matteo sentì il terreno cedere sotto il piede.
Vide qualcosa.
Non Andrea.
Non davvero.
Un’ombra più profonda delle altre, ferma un istante più a lungo, come se fosse rimasta incastrata sotto la superficie.
Matteo cercò di avanzare.
Il suolo cedette.
Fabio lo tirò indietro con forza.
Caddero entrambi.
La strada si richiuse immediatamente.
Liscia.
Immobile.
Come se nulla fosse accaduto.
Il silenzio tornò a premere.
La presenza parlò di nuovo.
«Andrea ha varcato la frattura.»
Fabio rimase a terra, il respiro spezzato.
«Non perché fosse debole,» continuò la voce.
«Ma perché ha sentito ciò che era rimasto sospeso.»
Matteo chiuse gli occhi.
«Ha cercato di fermare il dolore
prima che attraversasse.»
Una pausa.
«Non è una colpa.
Ma ha un peso.»
Fabio sollevò lo sguardo.
«Allora… possiamo ancora raggiungerlo?»
La risposta arrivò senza esitazione.
«Non allo stesso modo.»
Matteo si rimise in piedi lentamente.
Sentiva ancora il punto in cui il terreno aveva ceduto.
Come se la strada avesse provato a prenderlo.
«Quella possibilità…» mormorò.
«Non resta aperta all’infinito.»
La voce non cambiò tono.
«Ogni tentativo lascia un segno.
E la strada non risponde mai
allo stesso modo due volte.»
Il peso di quelle parole si posò tra loro.
Matteo guardò la superficie immobile.
Capì che non avrebbe potuto buttarsi.
Non senza perdere tutto.
«Esiste un altro modo?» chiese.
La presenza parlò una sola volta.
«Esiste uno strumento.»
Matteo alzò lo sguardo.
«Non è un oggetto da trovare,» continuò la voce.
«È qualcosa che si riconosce.»
Un silenzio più profondo.
«È stato creato
per trattenere un momento.»
La strada rimase immobile.
«Ora serve a capire
se quel momento
può essere lasciato andare.»
Matteo abbassò lo sguardo.
Il rischio era lì.
La ferita non si sarebbe chiusa senza attraversarlo.
La strada non si aprì.
Non si chiuse.
Ma rimase lì.
In attesa.
Laura♥️

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