CAPITOLO 1 — Il Deposito dei Vagoni
La campanella della scuola suonò, ma i tre seduti sulla panchina non si mossero.
Matteo guardò l’ingresso dell’edificio, poi sospirò.
«Ragazzi… io me ne andrei. Non ho nessuna voglia di entrare.»
Andrea rise piano.
«Infatti. Siamo già fuori tempo massimo, sarebbe solo ridicolo adesso.»
Fabio, sempre il più prudente, scosse la testa.
«E dove andiamo? Un altro giro senza meta?»
Matteo invece era già altrove.
«No, stavolta ho un’idea. Ho visto un posto che non avete mai notato. È un po’ fuori mano ma… secondo me vale.»
Andrea lo fissò.
«Che posto?»
«Un deposito di vagoni abbandonati.»
Fabio sbuffò.
«Sei serio? Quella zona fa paura anche di giorno.»
«Appunto!» sorrise Matteo. «È perfetto. Venite.»
Si incamminarono lungo un sentiero laterale. La scuola e i rumori della città sparirono passo dopo passo. Quando arrivarono, il deposito si mostrò come un enorme cimitero di ferro: vagoni arrugginiti, sterpaglie, un silenzio immobile.
Andrea si fermò.
«Ok… inquietante è dire poco.»
Fabio strinse le spalle.
«Io tornerei indietro subito.»
Matteo avanzò, attratto da qualcosa.
«Aspettate. Guardate qui.»
Indicò delle impronte profonde nel terreno. Non recenti, ma nemmeno troppo vecchie.
Andrea si chinò.
«Non sono normali… e non sembrano nemmeno di un animale.»
Fabio ebbe un brivido.
«Matteo, sul serio… preferisco matematica a questa roba.»
Poi accadde.
Un rumore metallico enorme esplose nell'aria.
Come se uno dei vagoni — fermo da anni — si fosse mosso da solo.
I tre sobbalzarono.
Andrea sussurrò, tremando:
«L’avete sentito?»
Un secondo boato fece vibrare le rotaie. La polvere si sollevò in una nuvola.
Fabio afferrò Andrea per il braccio.
«Ragazzi… andiamocene. Ve lo chiedo per favore.»
Matteo non sembrava sentirli.
Fissava un vagone centrale.
Una luce pulsante era comparsa dentro, viva, inquietante.
Andrea indietreggiò.
«Che cos’è quella… cosa?»
Fabio deglutì.
«Non è normale. Per niente.»
Poi, la porta del vagone si aprì da sola.
Lenta.
Con un clangore che fece vibrare l’aria.
I tre rimasero congelati.
Andrea parlò per primo, sottovoce:
«Io lì non ci metto piede. Lo dico subito.»
Fabio annuì.
«Neanch’io.»
Matteo rimase immobile, combattuto.
«Lo so che fa paura… ma sembra… che ci stia aspettando.»
«Matteo, smettila!» esplose Andrea. «È una porta che si apre da sola! Ti pare normale?!»
La luce aumentò, pulsante.
Matteo fece mezzo passo avanti, poi si fermò di colpo.
«Ok. Non entriamo. Solo… guardiamo da vicino. Da fuori.»
Fabio lo trattenne per la felpa.
«Se ti muovi, io ti tiro indietro.»
Si avvicinarono lentamente, con il cuore in gola.
Appena furono abbastanza vicini da scorgere l’interno…
…una forza improvvisa li risucchiò dentro.
La porta si richiuse con un colpo secco.
E il deposito scomparve.
Laura❤️,

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