Educazione emotiva: ciò che può cambiare più di mille leggi
Educazione emotiva: ciò che può cambiare più di mille leggi
Ogni volta che sentiamo parlare di violenza nelle relazioni, soprattutto di femminicidi, si ha la sensazione che tutto inizi e finisca in un singolo gesto.
Un atto improvviso, inspiegabile, isolato.
In realtà, nulla è improvviso.
E quasi nulla è isolato.
Prima di quel gesto c’è un percorso fatto di parole non dette, di emozioni non riconosciute, di frustrazioni portate avanti senza strumenti.
C’è un’idea sbagliata dei sentimenti: che l’amore debba possedere, che la gelosia sia prova d’affetto, che un rifiuto sia un affronto personale.
Sono convinzioni che non nascono in un giorno.
Si formano lentamente, quando non si impara a gestire ciò che si prova.
Per questo parlare di educazione emotiva non è un discorso teorico:
è un investimento sulla sicurezza e sul rispetto reciproco.
Se un bambino cresce sapendo che la rabbia si può nominare, che la frustrazione non è una vergogna, che il dolore non dà diritto di ferire, sarà un adulto più consapevole.
Non perfetto, ma capace di fermarsi prima.
Non esiste educazione completa se manca la parte emotiva.
Si può essere bravissimi a scuola, nel lavoro, nello sport…
e non sapere come affrontare un “no”, una delusione, una perdita.
L’assenza di questi strumenti non giustifica la violenza.
La spiega.
E proprio per questo, ci dà la possibilità di impedirla.
In un mondo che corre, ascoltarsi sembra un lusso.
Eppure è la base per costruire relazioni sane, scelte libere e sentimenti che non fanno male.
Forse è qui che dovremmo ricominciare:
da ciò che proviamo e da come impariamo a raccontarcelo senza distruggerci.
L'Eco del Silenzio

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